Quando il danno al paziente diventa un problema patrimoniale per lo studio
Il sinistro per medical malpractice per uno studio medico, odontoiatrico o per una struttura sanitaria private in generale non è solo un problema clinico. Non si tratta più soltanto capire cosa sia accaduto, chi abbia sbagliato, se la procedura fosse corretta, se il consenso informato fosse stato raccolto nel modo giusto.
La questione diventa automaticamente un problema patrimoniale.
E quando un danno sanitario entra nel patrimonio dello studio, non cammina in punta di piedi. Di solito entra, si siede al tavolo, apre fascicoli, chiede documenti, pretende risposte. E soprattutto porta con sé una domanda molto scomoda: quanto può costare davvero questo evento?
La risposta a questa domanda, come abbiamo letto in molti articoli di questo blog, purtroppo, non è mai semplice.
La quantificazione del danno è una partita molto complessa, imprevedibile, fatta di molte variabili che si intrecciano tra loro. L’età del paziente, ad esempio, incide enormemente. Un danno permanente subito da una persona giovane non ha lo stesso peso economico di un danno simile subito da una persona anziana. Perché il diritto misura anche la durata delle conseguenze, la capacità lavorativa compromessa, la qualità della vita futura.
Poi c’è la tipologia del danno. Un errore diagnostico non ha la stessa dinamica di un errore chirurgico. Un danno estetico può avere un impatto psicologico e relazionale enorme, anche quando clinicamente viene sottovalutato. Un’infezione post-operatoria, una lesione neurologica, una mancata diagnosi, una complicanza gestita male: ogni evento ha la sua storia, il suo percorso, la sua potenziale richiesta risarcitoria.
E qui arriva il punto che molti studi privati tendono ancora a sottovalutare: non conta solo cosa è successo, ma anche chi lo ha fatto e dentro quale organizzazione è accaduto.
Il professionista era un dipendente? Un collaboratore? Un libero professionista che utilizzava gli spazi dello studio? Il paziente aveva scelto direttamente quel sanitario oppure si era affidato alla struttura? Il rapporto contrattuale era con il singolo medico o con lo studio? Domande?! Domande che quando arriva una richiesta danni, diventano decisive.
Il paziente danneggiato, i suoi familiari, il suo legale guardano alla struttura. È lì che è entrato, è lì che ha firmato, è lì che ha pagato, è lì che si aspettava sicurezza. E se qualcosa va storto, lo studio non può limitarsi a dire: “Non è stato un problema nostro”. Sarebbe bello, certo. Ma la realtà giuridica e assicurativa è un po’ meno romantica.
A questo si aggiunge un elemento spesso devastante: il danno reputazionale. Una richiesta risarcitoria importante non colpisce soltanto il conto economico. Colpisce il nome dello studio, la fiducia dei pazienti, la serenità dei collaboratori, il rapporto con il territorio. In sanità la reputazione è un patrimonio invisibile, ma quando si incrina fa rumore. Eccome se lo fa.
E se l’evento genera anche un’indagine penale, la temperatura sale di colpo.
Perché in quel caso non siamo più soltanto davanti a una richiesta economica. Entrano in scena avvocati penalisti, consulenti tecnici, periti di parte, accertamenti irripetibili, udienze, notifiche, ansia, tempo sottratto al lavoro e alla vita personale.
Chi ha vissuto anche solo da vicino una vicenda del genere sa che il costo non è solo quello economico. C’è un costo emotivo, organizzativo, professionale.
E poi ci sono le parcelle. Quelle vere.
Ecco perché una struttura privata non può ragionare sulla copertura assicurativa come se stesse acquistando il pane o il latte al supermercato.
La polizza di Responsabilità Civile Professionale non dovrebbe nascere da un preventivo messo in fila con altri preventivi, scegliendo quello che costa meno. Sarebbe come acquistare un farmaco senza diagnosi. Prima serve l’anamnesi dello studio: quali attività vengono svolte, quali professionisti operano all’interno, quali specializzazioni sono presenti, quali prestazioni sono più esposte, quali contratti regolano i rapporti con i collaboratori, quale documentazione viene fatta firmare al paziente, come vengono gestiti consenso informato, cartelle cliniche, privacy, reclami e sinistri.
Solo dopo si può parlare seriamente di massimali, franchigie, retroattività, ultrattività, esclusioni, vincolo di solidarietà, gestione della lite, responsabilità dei collaboratori e rapporti tra polizza della struttura e polizze dei singoli professionisti.
Il massimale, da solo, non basta. Una polizza con un massimale altro ma scritta male può lasciare scoperti punti delicatissimi. Una polizza economica può sembrare intelligente fino al giorno in cui si scopre che proprio quell’attività, proprio quel collaboratore, proprio quella circostanza non erano coperti come si pensava.
E qui l’importanza di avvalersi di un broker specializzato. Non un venditore di polizze. Un consulente che conosce il rischio sanitario, legge i contratti, fa domande scomode, ricostruisce il perimetro reale dell’attività e prova a trasformarlo in un capitolato assicurativo coerente.
Ma la protezione della struttura non si ferma alla RC Professionale.
Accanto alla copertura per il risarcimento del danno dovrebbe esserci sempre una polizza di Tutela Legale adeguata. Perché difendersi costa. Costa quando bisogna nominare un avvocato. Costa quando bisogna incaricare un consulente tecnico di parte. Costa quando occorre sostenere una tesi difensiva in modo serio, documentato, tempestivo. E nel penale, ancora di più, la qualità della difesa può fare la differenza tra subire gli eventi e governarli.
La RC paga il danno quando ci sono i presupposti. La Tutela Legale ti aiuta a difenderti prima, durante e spesso anche dopo la tempesta.
È una distinzione semplice, ma fondamentale. Una copertura risarcitoria senza una vera strategia di difesa può lasciare la struttura sola proprio nel momento in cui servono lucidità, competenza e rapidità. E una difesa improvvisata, in sanità, è un lusso che nessun imprenditore dovrebbe permettersi.
Quando un paziente subisce un danno, il problema non è mai fine a se stesso. Riguarda l’intera organizzazione. Riguarda il patrimonio, la reputazione, la continuità dell’attività, la serenità dei professionisti che ogni giorno lavorano dentro quella struttura.
Essere assicurati, quindi, non significa avere una polizza nel cassetto.
Significa aver costruito una protezione coerente con il proprio rischio reale e sapere, prima, cosa può accadere, quali scenari possono aprirsi, quali costi possono emergere e quali strumenti servono per affrontarli.
Il sinistro non si improvvisa. Si prepara prima.
Quando arriva, è già tardi per scoprire che mancava il pezzo più importante.
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